giovedì 27 settembre 2012

Gamification

La gamification può essere definita come l'utilizzo delle meccaniche e dinamiche tipiche dei giochi come i livelli, il punteggio e i premi, in contesti esterni a quelli del gioco, per creare interesse, velocizzare l'apprendimento, risolvere problemi, fidelizzare i clienti.

Negli ultimi 2 anni, il fenomeno si sta espandendo anche qui in Italia e si parla sempre più di come sia possibile utilizzare il gioco nell'ambito del marketing.

L'essere umano, infatti, risponde positivamente alle dinamiche dei giochi, al divertimento e ai processi di crescita (compulsion loop) tipici dei giochi (ad esempio quelli di ruolo, dove attraverso un meccanismo a "livelli" si aumentano le propre "statistiche" e probabilità di successo).

Se hai un blog, un sito internet o una mailing list, potresti rendere l'esperienza di navigazione maggiormente interattiva e divertente attraverso un processo di ludicizzazione, gamification appunto.

Molte  aziende implementano la gamification attraverso veri e propri videogiochi per facilitare l'e-learning ma ovviamente, nel nostro piccolo, possiamo organizzare una struttura molto più semplice e alla portata del piccolo imprenditore.

Una semplice idea? Puoi creare 3 mailing list (free, silver e gold) e la possibilità di accedere a risorse sempre più "avanzate" in funzione di un punteggio calcolabile in base ad alcuni aspetti.

Il mio consiglio è comunque quello di rendere i meccanismi di gioco il più possibile stimolanti.  

Non si tratta di chiedere al cliente di compiere delle azioni noiose in cambio di una ricompensa, ma di rendere le meccaniche stesse sufficientemente divertenti da rendere una ricompensa  il fatto stesso di giocare (esperienza autotelica).

Oppure ti segnalo questo sito:

http://www.gigya.com/gamification/?gclid=COSr9c681bICFc1d3god9zQAXw

...che offre interessanti plug-in a riguardo.


Marco De Filippo


martedì 18 settembre 2012

Coach e problemi personali

Qualche giorno fa stavo parlando con mio coachee, un ragazzo intelligente e pieno di aspettative; non è della mia zona e ogni tanto, in tarda serata, ci troviamo su skype per chiacchierare o lavorare.

Stava piovendo ed un tuono mi aveva letteralmente fatto sobbalzare dalla sedia.

Allarmato dall'immagine mentale di una mela bruciata e dalla fine che avrebbe potuto fare il mio mac se un fulmine avesse fatto capolino nella mia stanza, sono scattato in piedi e l'ho staccato dalla corrente.

Proprio in quel momento ho sentito classico tono di chiamata di Skype.

Ho risposto.

Dopo aver acceso la webcam mi è apparso il mezzobusto di N. , come al solito elegantissimo, ordinato e molto ben organizzato, con il suo taccuino rosso, la lista di domande da farmi e il the verde a portata di mano.

Dopo 10 minuti di conversazione incentrate sui "memi" più divertenti che stanno facendo il giro di internet, sul maschio italico e la sua tendenza a farsi riconoscere all'estero ed un paio di battute lampo totalmente non-sense che mi hanno fatto piegare in due dal ridere, abbiamo iniziato a parlare di coaching.

In quel frangente non ho potuto fare a meno di notare come N. spostasse costantemente l’attenzione su quanto fosse importante per lui “risolvere” tutti i suoi problemi prima di iniziare a lavorare come counselor.

Nella sua mente aveva generato un’equivalenza complessa fra l’essere coach, counselor, formatore... ed aver vinto ogni paura, ogni dubbio, ogni ansia.

“Come posso insegnare agli altri a risolvere i propri problemi se non sono in grado di risolvere i miei?”

Beh, non aveva tutti i torti.

Sono rimasto in silenzio qualche secondo: per me che non rifiuto mai una sfida a costo d’imparare strada facendo, è stato un momento di riflessione.

Ho guardato un istante fuori dalla finestra e gli ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente.

“Sai, di getto ti risponderei che hai ragione ma la verità è che non sarai mai in grado di vincere ogni paura, dubbio o ansia. Diamine! Non conosco nessuno così, e non credo che esista. Se sai come generare un processo di cambiamento sei un buon professionista. Questo non significa che ogni tanto anche tu abbia bisogno della mano di qualcun altro. Conoscere il processo più efficace non significa che lo si riesca ad applicare su stessi senza margine d'errore. Puoi aiutare gli altri e chiedere aiuto gli altri. Nello stesso momento".

Ripensandoci penso sia proprio così.

Non occorre essere perfetti ma sapersi muovere, osservare, ascoltare, riflettere.

Anche se stai lavorando su di te, sarai sempre più avanti di qualcuno e a quel qualcuno puoi certamente essere d’aiuto. 

Provaci con la massima onestà.

Marco De Filippo