mercoledì 15 giugno 2011

Privacy e condizioni d'uso

PRIVACY (IN SINTESI)

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Nella prima email, riceverai 4 audio e ti inviereimo inoltre informazioni commerciali utili a valutare corsi multimediali, tra cui il corso Multimediale "vivere di coaching" nonché altre informazioni gratuite e atte a valutare altri corsi che possano essere di tuo interesse.

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mercoledì 8 giugno 2011

Quando il coach vuole aumentare i clienti

Fermo restando che ogni situazione è diversa, dalla decisione di lavorare come coach fino alla tanto agognata libertà economica, intravedo 4 fasi di passaggio: 

Fase a clienti 0 (salire sulla tavola): è la fase in cui il coach non ha clienti, l'intera struttura della  proposta formativa, il sito o la strategia di promozione è ancora in fase di progettazione. Di fondamentale importanza è la decisione di lanciarsi in questa nuova avventura oppure no.

Se vuoi superare questa fase per prima cosa devi fare chiarezza: prenditi qualche ora o mese di lavoro per capire chi sei, cosa fai, per chi lo fai... e soprattutto se vuoi farlo.

Fase dei clienti casuali (rimanere in piedi per poi cadere): Spesso in corso di progettazione ed attraverso i legami deboli inizia, inaspettatamente, a contattarci qualche cliente: per motivi apparentemente casuali qualcuno accetta di lavorare con noi. Il coach, dapprima soddisfatto del risultato, inizia a percepire un senso di incertezza ed ha la netta sensazione di non poter trovare clienti attraverso una strategia replicabile, controllabile e che sia in suo potere: non è ancora l'artefice del proprio destino.

Se vuoi superare questa fase devi fare chiarezza e continuare la fase di progettazione, capire chi sei e con quale tipo di persona vuoi entrare in relazione e come portare un enorme valore nella sua vita. Dedica del tempo a progettare l'essenza stessa del tuo lavoro, nei minimi dettagli. Devi conoscere il tuo cliente tipo ed i suoi schemi meglio di quanto non li conosca lui stesso. Inizia a lavorare sulle storie che ti rappresentano e sviluppa la necessaria verve dialettica per raccontarle e per usarle come strumento di promozione. Poi agisci in relazione al piano che hai progettato fino ad ora.

Fase della chiarezza e dei primi clienti (cavalcare qualche onda): il coach in questa fase comincia ad aver chiaro cosa fare per ottenere più clienti. Si tratta di un momento fondamentale in cui è finalmente possibile inquadrare il proprio futuro come professionista. I clienti non sono più "casuali": diventa possibile individuare (sebbene non se ne possegga l'assoluto controllo) il processo che li ha portati a noi. S'investe molto per ottenere poco: la massa critica non è ancora stata raggiunta.

Se vuoi superare questa fase NON SEDERTI, NON LEGGERE, NON GUARDARE COSA FANNO GLI ALTRI COACH, ma agisci. A volte basta un'e-mail per dare il via a una fruttuosa collaborazione; basta aggiornare il blog ogni giorno e alla fine dell'anno avrai scritto 365 post. 
E' proprio quando hai un minimo di tranquillità economica che conviene investire. 
Non ci sono formule magiche: è il tuo lavoro, fallo!

Fase del ricambio (life surfing):  questa è l'unica fase in cui è possibile vivere di coaching. Il passaparola, internet, il co-marketing o in generale i canali dai quali arrivano i nostri clienti soddisfa ampiamente le necessità del coach che può permettersi di perdere o rifiutare un cliente perché sa di poterne trovare un altro in tempi rapidi: è un professionista.

Per non ricadere nella fase precedente, occorre mantenersi attivi, vitali e continuare a creare, creare e creare! Anche se sei un campione non puoi stare fermo sulla tavola da surf per molto tempo: devi continuare a muoverti.

Un abbraccio, Marco.
Marco De Filippo








martedì 7 giugno 2011

Naturopatia et similia: prodotti e clienti

So che il mio blog viene letto da molti naturopati, estetisti, fisioterapisti e personal trainer che vendono, online o offline, prodotti, integratori, erbe ecc..

Le informazioni che trovi su questo blog possono essere utili a qualsiasi libero professionista che si occupi di rapporti "1 a 1" e "1 a molti", quindi volevo sfiorare velocemente l'argomento "prodotti fisici".

L'ho vissuto in prima persona: a volte vendere prodotti fisici (o infoprodotti) di terze persone, soprattutto online, è un pelino "depersonalizzante" (infatti non tornerei mai più a farlo).

Un piccolo consiglio: se offri prodotti di qualsiasi tipo (in particolare su internet ma non solo) e strutturi il tuo business intorno a una marca, a una "formula" e non sulla relazione con il tuo cliente, allora fai attenzione... corri il rischio di "sparire".

Conosci il concetto di "simply better?".

Se un prodotto è semplicemente il migliore, ed è quasi universalmente riconosciuto... vende, ed è ok. 

Ma come consulente (di qualsiasi tipo) tu sei parte del prodotto: e sei anche la parte più importante.

  • Si percepisce che ci sei TU, dietro il prodotto che proponi? 
  • Potrebbe venderlo chiunque altro al posto tuo?
  • Sei un valore aggiunto ed insostituibile?
Immagino che buona parte dei visitatori di vivere di coaching vogliano essere il fulcro del proprio business, non una parte accessoria.

Un abbraccio, Marco.
Marco De Filippo








Diventare coach: farsi pagare è sbagliato?

Esistono diverse "scuole di pensiero" nel mondo del coaching: spesso regna il caos più totale.

Senza scomodare i paradigmi di Graves, ci sono persone che fanno quest'attività per altruismo, per cambiare il mondo, per portare l'universo a un nuovo livello di consapevolezza... e c'è chi lo fa perché "è bello e si guadagna tanto".

I primi vivono in modo tensivo il momento in cui dovranno chiedere del denaro al proprio cliente. Generalmente si sottopagano o lavorano gratis per molti anni.

Spesso chiacchierando salta fuori quest'idea:

Se chiedi dei soldi a qualcuno, gli stai togliendo qualcosa. 

Da dove nasce questa idea? Nella mia esperienza da credenze come:

1. I soldi sono sporchi e il marketing è manipolazione.

2. Il coaching mi piace, lo propongo ma non mi sento totalmente integro nell'applicarlo, per cui preferisco non farmi pagare (molti coach hanno la sensazione che il coaching sia equiparabile alla magia e da buoni Italiani, nel profondo, non sanno ancora se crederci davvero).

3. Se chiederò dei soldi, mi apprezzeranno meno.

Dall'altra parte abbiamo il mito del "motivatore", del coach che guadagna cifre esorbitanti cambiando la vita degli altri con un click. Amen.

Questa seconda categoria di persone è affascinata dal concetto di:

 "chiedi tanto e le persone considereranno quello che fai come qualcosa di valore". 

Forse è vero, ma occorre poi sostenere quel prezzo davanti al cliente (non sempre).
Non basta un buon "frame": occorre saper fare.

Te la butto lì, se non riesci a chiedere più di 25 euro l'ora, è solo per mancanza di fiducia in te stesso (o hai qualche credenza/convinzione/mito limitante riguardo al denaro)...

Se non riesci a chiedere più di 50 euro l'ora, forse ti serve solo un po' più di fiducia in te stesso... e forse anche un po' più di abilità...

Se non riesci a chiedere più di 100 euro l'ora, forse ti serve solo un po' più di abilità (e forse un po' più di fiducia).

Ok, sento già qualche vocina.

Davvero è corretto chiedere 100 euro l'ora? 

Beh, io spesso chiedo meno, se la persona mi piace. A volte non chiedo niente. Ho imparato a percepire, con la massima integrità se vorrei chiedere meno per mancanza di fiducia in me stesso o semplicemente perché è la prima volta che faccio una determinata cosa (in questi casi sono solito dirlo al mio cliente). 
Ma non è questo il punto!

Il punto è:

Quale valore apporti alla vita delle persone?
Quanto vale l'accelerazione che imprimi?
Quanto vale quest'esperienza?

Spenderesti 1000 euro per veder scomparire per sempre l'allergia, imparare boh... la seduzione (sapendola fare veramente) o per sentirti sempre come vuoi? 

Insomma, qual'è quel problema che se qualcuno potesse guidarti a "risolverlo" troveresti i 1000 euro necessari... e ti sembrerebbe di pagarlo pure poco? 

Ed è ovvio che il professionista deve davvero darti quello che chiedi.

Quale delle due scuole di pensiero è la migliore? Secondo me nessuna!

Molto spesso disegno e sono un pessimo disegnatore.
Non vendo i miei disegni, non li faccio vedere in giro.
Disegno e basta.

Continuerò a ripeterlo: prima di fare il coach per cambiare il mondo o per guadagnare 1 milione di euro, fallo perché SEI TU.

Prova a pensarci, io che sono un tontolone ci ho messo un po' a capirlo!

Un abbraccio, Marco De Filippo








domenica 5 giugno 2011

Scopri se hai la "coachite"!

Rispondi a queste domande:

1. Ti capita spesso di voler parlare di coaching/comunicazione/eft/psicologia o di qualsiasi cosa abbia a che vedere con lo sviluppo personale e ti annoi se si parla di qualsiasi altro argomento "terra-terra"?

2. Quando un tuo amico si "lamenta" cerchi di suggerirgli una soluzione ai suoi problemi e ti provi disagio se rifiuta o snobba il tuo consiglio (spesso non verbalmente)?

3. Quando senti parlare di argomenti che conosci bene da persone che non ne sanno nulla provi una sensazione di "tensione", quasi come se avessero invaso il tuo territorio?

4. Giudichi negativamente le persone che non si applicano per cambiare la propria vita?

5. Non riesci più a relazionarti con persone che definisci "inconsapevoli"?

6. A volte non ti riesce di essere spontaneo e vorresti usare delle "tecniche" per uscire da questa empasse?

7. Noti uno scollamento fra l'immagine che hai di te stesso come coach e quello che accade quando ti relazioni in contesti a bassa energia dove si parla "del più e del meno"?

8. a volte hai la percezione che alcuni momenti dell'interazione comunicativa siano in qualche modo lenti o noiosi?

9. non percepisci mai uno "stacco" fra il tuo lavoro e le relazioni "normali"?

Se hai 2 o + di questi "sintomi" potresti essere affetto da "coachite"!!

Si può guarire anche da questo...

Il rischio nello studiare "comunicazione" e "sviluppo personale" è quello di evolversi molto in fretta e allo stesso tempo di perdere contatto con la quotidianità, abituandosi a posizionarsi "meta" (osservando dall'esterno), iper-analizzando e aspettandosi segnali di interesse che semplicemente sarebbero fuori luogo (nella maggior parte dei casi si comunica senza un obiettivo che non sia quello di: "comunicare perché ne ho voglia").

Ti è mai capitato di portare eccessiva attenzione al respiro e avere poi difficoltà a riattivare la "modalità automatica"?

Ecco: è la stessa cosa!

Per poter guidare l'automobile devi trasformare le tue abilità in abitudine: ecco la "spontaneità".

Se ti chiedessi di modificare il tuo stile di guida e ti insegnassi uno stile più sicuro e funzionale, indipendentemente dai vantaggi che comporterebbe sul lungo periodo, nell'immediato perderesti di spontaneità e potresti guidare perfino peggio di prima!!

Il contesto di una seduta di coaching non è lo stesso contesto entro il quale operi normalmente.

Riprendi contatto con un modo di comunicare più naturale: ripensa a quelle volte in cui hai comunicato spontaneamente, quando eri completamente "nella tua pelle" e dimenticati delle tecniche e nota come, il solo accedere a uno stato di questo tipo, amplifichi immediatamente le tue capacità comunicative "base".

Buona "guarigione".
Marco De Filippo








sabato 4 giugno 2011

Idea 1: diventare personal trainer

Oggi inauguro una serie di post specifici per ogni rapporto di consulenza 101 che io abbia praticato o con cui sia entrato in contatto, direttamente o indirettamente.


Chi è il personal trainer?


Il personal trainer è un allenatore che, attraverso il movimento, aiuta il proprio cliente a raggiungere obiettivi atletici e sportivi, a ritrovare la forma fisica e/o, in definitiva, ad amplificare il livello di confidenza con il proprio corpo.

Nella mia esperienza capita spesso che l'obiettivo primario (di solito l'estetica) venga, per mutuo consenso, "accantonato" in corso d'opera.

La casalinga che voleva dimagrire, accortasi di quanta fatica richiede, ridireziona il rapporto con il professionista verso un più semplice: "vorrei sentirmi meglio".


In definitiva il cliente è alla ricerca di "un'esperienza" (indicativo è il feedback condiviso da molti: "dopo l'allenamento ci si sente veramente bene...") e spesso attua un'equivalenza complessa (falsa) fra il risultato che vorrebbe ottenere, come vorrebbe "sentirsi" e cosa accadrà all'esterno ("se dimagrirò mi sentirò meglio e verrò apprezzato da tutti...").

Il personal trainer deve essere estremamente attento alla domanda implicita del proprio trainee. Limitarsi alle richieste del cliente è un approccio che alla lunga può portare a deluderne le aspettative. 

Eloquente è il caso della signora che vorrebbe "dimagrire senza fare fatica", che si sforza per un po', per poi arrendersi. Ha più senso indicarle, fin da subito, una strada adatta a lei (che probabilmente nemmeno conosce) che la porti a scegliere con maggior consapevolezza.

In definitiva, tranne nel caso degli sportivi, il trainee non sa quello che vuole perché non ha le conoscenze anatomiche, fisiologiche e psicologiche per comprenderlo: spetta a noi mostrargli la via migliore per lui.


Diventare personal trainer 


Iniziare la propria carriera di personal trainer ha più a che vedere con una passione che con un percorso di studi particolare. 

Ho una laurea specialistica al SUISM di Torino, ma conosco moltissimi professionisti SERI che grazie ad una profonda passione per il movimento hanno raggiunto, senza alcun titolo di studi ufficiale, altissimi livelli di competenza in questo settore, 

Fondamentale e invece fare esperienza di ciò che si vende: occorre mantenersi in allenamento e, probabilmente, specializzarsi nel campo che si conosce meglio o si apprezza maggiormente.

La passione è, e rimane fondamentale.


Il contesto sociale dove operare


Quasi sempre per vivere di personal trining occorre entrare a far parte del contesto sociale delle palestre, dei circoli, dei club, degli albergi (o inaugurare uno studio dedicato), "sguazzandoci" con estrema disinvoltura. 

Sarà  banale ma è bene ricordarlo: il trainer dovrebbe scegliere di operare in un contesto che calzi come un guanto sulla sua personalità. 

Se ami correre e hai un fisico da maratoneta, la palestra in stile anni 80 con i manubri sporchi ed i culturisti che parlano di alimentazione, potrebbe non valorizzare "chi sei": le tue competenze rimarrebbero celate dietro una mera categorizzazione.

Un centro moderno con una clientela media o raffinata potrebbe invece esaltare le tue capacità. Ovviamente vale anche l'esatto opposto e fermo restando che tutto possibile, prima prova, poi giudica: fai semplicemente attenzione alle "incongruenze".

Il trainer è spesso un lupo solitario che entra all'interno del gruppo e propone i propri servizi solo dopo aver trovato dei punti di contatto con le persone, come esseri umani.

In alcuni casi conviene non proporsi affatto, puntando solo sul generare curiosità: allenarsi e allenare con esercizi DIFFERENTI da quelli che il pubblico conosce, genera curiosità che è "il collante" per entrare in contatto con gli altri.


 I valori dominanti


Il personal trainer lavora con una clientela i cui valori dominanti sono, in un caso la sicurezza (reale o percepita), e in un altro il senso di dominanza (anche qui, reale o percepito).  Si tratta di due grappoli di valori diversi, ed il trainer dovrà adattare la propria comunicazione all'uno e all'altro (o scegliere di specializzarsi e far leva su un solo gruppo di valori)*.


* Per quello che riguarda i bambini e gli adolescenti bisognerebbe fare un discorso a parte.


Come generare dissonanza


Considerata la mia forma fisica filiforme, ho sempre puntato sul generare un contrasto con l'idea che le persone hanno del personal trainer e la mia immagine: parlo dello stereotipo del tizio muscoloso, un po' stupido (a tal proposito, se vuoi scrivere su internet, ATTENTO ALL'ITALIANO o gli darai ragione di pensarlo), e che fa il brillante, l'animatore ed il piacione.

Ho fin da subito evitato di mostrare troppo il fisico, facendo leva sulla "cultura" e la disponibilità ed evitando di spaventare il cliente con il "pettorale a vista".

Se lavori con i "sedentari" la discrezione è d'obbligo:  consiglio un approccio sorridente, gentile, ed estremamente protettivo, soprattutto con chi ha una pessima immagine corporea. Non lasciarli soli e non rispondere al telefono mentre lavori.

Se lavori con atleti un po' esaltati fai rapport con la competenza: ti tempesteranno di curiosità.

All'interno della seduta dovrai dialogare per un'ora e per molti questa è la parte più difficile: evita di parlare solo di "sport e l'allenamento" soprattutto se lo fanno "perché devono": è la tua passione, non la loro!

Eviterei i temi scottanti come la politica, il denaro ed il lavoro in generale: devono dimenticarli non ricordarseli!!

Se non sai di cos'altro parlare, contattami su skype e te lo spiego ;)


Pricing


Se chiedi 20 euro lordi l'ora, qualcosa non quadra. 
Tara il prezzo al di sopra dei 35 euro lordi, possibilmente oltre i 40 euro (se ti hanno preso 10 sedute a 200 euro e l'hanno fatto con assoluta nonchalance, probabilmente potevano investire il doppio).

Sei un personal trainer, non fai beneficenza: tanto ci sarà sempre qualcuno che non potrà permettersi i tuoi servizi.

Se il contesto non è in linea con questo tipo di pricing, probabilmente hai sbagliato contesto.

Quindi, o lo fai gratis e vivi con un altro lavoro (che forse qualcuno non potrà permettersi) o altrimenti fatti pagare quanto basta per avere lo stile di vita che vuoi.

Adattarsi al singolo è la regola aurea, queste sono e rimangono solo indicazioni di massima.

Un abbraccio, Marco De Filippo




giovedì 2 giugno 2011

Lavorare con internet: roba da smanettoni?

Lo ammetto, sono facilitato!

Ho imparato ad usare il pc nel 1989, quando mia madre acquistò per lavoro un "philips pc-rom 1.2", con 768 kilobyte di memoria (non potrebbe archiviare nemmeno una canzone in formato ".mp3"!), in bianco e nero e con il sistema operativo ms-dos (molto diverso da Windows o dal MAC: non c'erano immagini ma solo uno schermo nero e delle scritte bianche...).

All'età di 15 anni programmavo videogiochi (e non ne gioco uno da 8 anni...) e 4 anni fa ho iniziato con l'internet marketing. 

Oggi in confronto è tutto molto più semplice... 

Se è vero che nel decennio 2010-2020 internet finirà per diventare il più importante strumento di marketing, verrebbe da chiedersi se, indipendentemente da tutto, non convenga rimanere al passo coi tempi, soprattutto nel mondo del "coaching" e della "formazione".

Registrare gli audio, il microfono professionale, archiviare i file su internet ed i programmi necessari per farlo, l'amministrazione, la grafica, scrivere o cancellare i post, gestire i commenti, usare paypal, l'autorisponditore, adwords... tutti strumenti facili da usare e alla portata di CHIUNQUE abbia un minimo di iniziativa... ma che allo stesso tempo richiedono un investimento di denaro (non molto grande) e di tempo (un po' pi grande) che può scoraggiare i novizi.

Se sei totalmente a zero e sai solo navigare su internet o usare facebook, ti consiglio, se non l'hai ancora fatto e se ti va, di buttarti e di provare ad aprire un blog, un forum o un sito internet gratuito ed iniziare, (anche solo nel tempo libero) a fare un po' di pratica.

Se vuoi velocizzare questo processo di apprendimento, sai a chi chiedere...

Intanto ti saluto, un abbraccio... 
Marco De Filippo






mercoledì 1 giugno 2011

Copywriting: il mito delle "regolette"

Cerca la parola "copywriting" su google e seleziona le pagine che trattano specificatamente di come "redirigere testi persuasivi per vendere di più su internet": troverai una serie di consigli e regole (spesso numerate) e anche valide.

Ok, fatto? Non ti preoccupare, l'ho fatto io per te.

Riassumendo: c'è parecchia gente in gamba in questo settore... eppure, spesso è necessario cambiare anche di poco l'angolazione con la quale si fanno le cose per veder crescere esponenzialmente i propri risultati.

Nella mia esperienza succede così: proviamo a fare qualcosa senza aver appreso i "fondamentali",  facendo leva solo su regole che ancora NON CAPIAMO... e quel qualcosa non ci riesce; magari ci intestardiamo e cominciamo ad aumentare la quantità di certi ingredienti (invece che fare attenzione alla qualità degli stessi) fino a quando, dopo varie vicissitudini, implentiamo nella nostra mappa del mondo un'idea in più, spesso piccola e generica (a prima vista) e, come per magia, le stesse cose che facevamo prima... iniziano a funzionare.

E' come un meccanismo, una macchina o un orologio: se manca anche solo un piccolo ingranaggio, l'energia che immettiamo non si trasforma in movimento.

Spesso l'idea di cui parlo ci sprona a mettere noi stessi in quello che facciamo e a ricontestualizzare il tutto. Percepiamo uno strano senso di leggerezza e competenza che prima, semplicemente, non era presente.

L'idea che voglio suggerirti, per far si che le le tue pagine inizino a "funzionare meglio", può sembrare banale, eppure potrei farci un corso di 10 ore e non basterebbe... ed questa:

Seleziona il tuo cliente e trasmetti chi sei e cos'hai per lui in termini di risultati, entrando in risonanza con l'esperienza che ha vissuto fino ad oggi senza di te (o il tuo corso, il tuo prodotto).

Se riesci a farlo, in meno di un minuto penserà: sì, ci hai preso, sono proprio io.

La seconda idea è: non sottovalutare la prima idea :) 

Lavora su questo concetto fino a quando le tue pagine di vendita non si "scriveranno da sole".

Ma la domanda più importante è: vuoi imparare queste abilità e tutte quelle che ti servono ed avere così la formula che ti consenta di vivere di coaching, bene, entro pochi mesi da adesso? Ecco come fare, passo passo: http://diventarecoach.blogspot.it/

Marco De Filippo